Home Conoscere Morro d'Alba Curiosità su Morro
Banner
Banner
Banner
PDF Stampa E-mail

 

 

 


Capanna di Terra

La Capanna di Terra.

L’edilizia povera legata al mondo mezzadrile è riscontrabile nei documenti catastali di Morro d’Alba fin dal XVI secolo. “Case a fratta” o “Case a maltone” (con terra cruda) qui erano molto comuni come in molte zone della regione. L’unico esempio rimasto a Morro d’Alba e nell’immediato circondario è una capanna “a maltone” ancora in piedi lungo la strada che percorre la contrada di Santa Maria del Fiore. Da notizie tramandate, potrebbe risalire alla metà dell’Ottocento.
Tutta la struttura è originale, a parte alcuni elementi in cotto o cemento aggiunti per motivi di tenuta o di tamponamento, ed è costruita con impasto di sola terra e paglia.
Attualmente adibita a deposito-attrezzi, un tempo era pavimentata con mattoni per poter ospitare anche granaglie.

 

 

Il giro di Scarpa o di Fosso.


All’interno del castello, nel loggiato che fiancheggia la Torre comunale, inizia (o termina) il “giro di Scarpa” che consiste nel percorrere l’intero tracciato del camminamento coperto.
Il percorso esterno, una passeggiata per Via Morganti, la via che gira lungo il perimetro del castello (la strada sorta dove un tempo vi era il fossato), è conosciuto come il “giro di Fosso”.

 

La leggenda del “Re Moro”.


A proposito del nome “Morro”, alcuni hanno scritto:
« Morro, mi diceva mio padre e me lo confermavano i più anziani, (il nome “d’Alba” è stato aggiunto solamente nel secolo scorso) è stato fondato da Mauro Sabba, re dei Mori.
Tutto qui, ed è una tradizione che si perpetua senza avere peraltro una fondata certezza.
[ ... ] Altri autori danno invece credito a detta tradizione che vuole che egli, il Sabba, cercando un luogo per sistemare a difesa le proprie forze, giunto sulla collina avrebbe fatto edificare il Castello.
Altri ancora sostengono che si trattasse di Saraceni provenienti da quella parte di Spagna già da loro conquistata o dalla Tunisia, che avrebbero visto il Castello già eretto e lo avrebbero chiamato “El Murro” cioè, nella loro lingua, “Il Castello”.
È certo che di “Re Sabba Re dei Mori, che brugiò Ancona con tutta questa riviera” nel secolo IX, ne parla anche lo storico jesino Pietro Gritio nel suo “Ristretto delle Istorie di Jesi” edito nel 1500 e ciò dà un certo fondamento alla tradizione di cui sopra. »
(Giuseppe Gaetti: “Morro d’Alba, nei ricordi di un novantenne” - Archeoclub d’Italia sede di Morro d’Alba, Jesi 1997)

« Il suo nome si fa risalire, tradizionalmente, ad una di quelle innumerevoli scorribande di popoli stranieri che afflissero in ogni tempo la nostra penisola e ne martoriarono terre ed abitanti.
Nel secolo IX dell’Era volgare squadre di pirati saraceni infestavano l’Adriatico: nell’anno 848 un tale Sabba, capo di un’orda di questi terribili “Mauri”, annientata la flotta dell’Imperatore d’Oriente alla quale erano aggregate alcune navi anconetane, pose assedio alla Dorica che, dopo lunga e valorosa resistenza, fu espugnata e distrutta. Durante questa lunga guerra con i Piceni di Ancona e delle zone limitrofe, il “mauro” Sabba avrebbe costruito in luogo adatto, per propria difesa e dimora, il castello al quale lasciò il nome.
[ ... ] Poiché il semplice nome di Morro, causa spesso inconvenienti per la sua omonimia con altre località, nel secolo scorso i cittadini ottengono di modificarlo, e da un’antichissima città di origine romana, che sarebbe sorta nel suo territorio, dal 1863 I’antico “castrum Murri” prende il nome di Morro d’Alba. »

(“Luce alla Famiglia, Festeggiamenti in onore di S. Teleucania”, Ancona 1950)

Ispirati a queste leggende popolari, per il corso mascherato di un Carnevale di Morro d’Alba degli anni ’50, venne allestito un carro allegorico che vedeva come protagonisti “il Re Moro e la Regina Alba”.



Urna di Santa Teleucania

Santa Teleucania.

Nell’Anno Santo 1950, fu stampato un libricino di poche pagine: “Luce alla Famiglia, Festeggiamenti in onore di S. Teleucania”, con storia, testimonianza di un miracolata, l’inno alla Martire e alcune preghiere, con l’intento di riportare il culto ai fasti del passato.
«...  e lo studio delle antiche catacombe risorge e allora da ogni parte, da paesi e da città, si richiedono reliquie e memorie di coloro che ivi giacquero.
Siamo nel 1836; anche Morro avanza la sua richiesta e due buoni sacerdoti, i fratelli Angelo e Francesco Remedi curano di ottenerne la soddisfazione. Si recano a Roma e dalle catacombe di S. Ermete sulla Salaria Antica traggono il Corpo della Martire Sposa S. Teleucania.
Era una giovane sposa appartenente a nobilissima famiglia romana: la gente Calpurnia. Le arridevano tutte le più belle speranze di una vita comoda e ricca, fra l’amore del Suo sposo e I’ossequio fedele della Sua gente. Era giovane ed era amata, ma vi era un altro Amore ben più grande ed eterno (il Divino Maestro). [ ... ]
Alla sposa fedele fu ingiunto di abiurare la sua fede, di tradire la parola data; essa preferì il martirio e si immolò vittima fra le tante vittime delle grandi persecuzioni.
Passarono i secoli, non meno di 500 anni. Era rimasta sola, la Martire, accanto al ricordo che il Suo sposo aveva voluto eternare nella pietra (CALPIURNIUS SILVANUS CONIUGI SUE / THILAUCHANI BENEMERENTI POSUIT - Calpurnio Silvano pose in memoria della sua benemerita consorte Thilauchani).
Giunsero i due sacerdoti e la trassero dalla sua tomba umida e fredda. Era un dono destinato a una famiglia regale e venne a riposare fra gli umili contadini marchigiani, entro la bella urna della picco la chiesa soleggiata. Accanto Le posero l’epigrafe dello Sposo, come simbolo di una fedeltà e di un vincolo che va oltre il tempo ed oltre la vita. [ ... ]
La Chiesa ove giace il Corpo della Martire acquistò subito fama, e venerazione profonda e diffusissima fu tributata alla Santa, dispensatrice di grazie e miracoli ai suoi fedeli, come attestano i numerosissimi segni della loro gratitudine. »

Dal 1838 fino agli ultimi anni 50 del Novecento, il 4 settembre, giorno della festa a lei dedicata, si svolgeva un’importante e famosa Fiera con il suo nome che è stata riproposta, per i settori artigianato e agricoltura, per alcune edizioni, anche negli anni ’50.



Cannone - Compiano

Il “Compiano”.

« … Si era al tempo delle sanzioni sancite contro l’Italia per la guerra dichiarata all’Abissinia.
La parola d’ordine era: ferro ed oro alla Patria. Anche Morro diede la sua offerta, tra l’altro spedì a Jesi anche il “cannone”.
Quando lo seppe, il Sor Giuseppe andò su tutte le furie: il “cannone” non era un pezzo di ferraccio qualunque, ma un cimelio orgoglioso del paese. Si rivolse, disperato, a Tizio ed a Caio ed anche a me perché in qualche modo l’aiutassi.
Io, che mi trovavo a Jesi e che, per ragioni del mio ufficio avevo in città molte conoscenze, gli diedi volentieri una mano. Alla fine riuscì nel suo intento: il cimelio fu restituito a Morro!
È facile immaginare la gioia del brav’uomo: volle che tutti conoscessero la vittoria conseguita portando il “cannone” in processione per le vie del paese come per grazia ricevuta. Così si vide Marino, lo scopino, avanti che trascinava con una lunga corda il “cannone” su un carrettone a rotelle e al seguito, compassati, il Sor Giuseppe e Jamme (Guido Gentilucci, anche lui ex brigadiere dei Carabinieri).
La gente, nel vedere quello striminzito corteo marciare serio, unito e compreso dietro quel pezzettino di artiglieria, non poteva fare a meno di ridere, ma sappiano e ricordino i posteri che se il “cannone” di Morro d’Alba, sornione e silenzioso, per fortuna, fa bella mostra di sé nella Sala del Consiglio comunale, lo si deve all’amore che il Sor Giuseppe provava per le cose belle e buone del suo paese.
Aggiungo: dopo la sua morte è stata trovata la precisa storia di detto cimelio da lui scritta con scrupolosa esattezza e che qui di seguito ritengo di dover riportare:
“Circa 80 anni or sono venne qui una commissione militare archeologica in cerca di oggetti antichi. Nella sua varia visita, trovò nel soffitto del palazzo comunale una bomba di bronzo ed appena veduta disse: questa è proprio quella che si cercava.
Di ciò rese conto il Sindaco di quell’epoca Sig. Conte Gherardi Filippo dicendogli quanto pretendeva per la cessione ed esso ad occhio nudo la ritenne di nessun valore, senz’altro la cedette per regalo. Cosiché detta commissione la trasportò da quel luogo in dono all’armeria Reale di Torino ove si trova tutt’ora.
Poscia Re Vittorio Emanuele II in cambio del gradito ricordo mandò a perenne memoria a questo Comune un cannone recentemente conquistato in una battaglia contro il Governo di Carlo III dei Borboni come dalle incisioni del medesimo. Appena risaputa in paese la lieta notizia del gesto Reale fu accolta con un’anima di gioia tanto che l’autorità locale pel suo arrivo del pregiato cimelio, che era accompagnato da un generale ed appena giunto in paese tutto adobbato gremito di popolo al suono della campana comunale per più giorni.
Il prefato ufficiale superiore nel dare la consegna all’autorità, salito su un apposito palco eretto avanti l’antico palazzo della nobile famiglia Berardi Antonio, ora di proprietà di Moretti Antonio Ten. Col. di Aviazione, tenne un eloquente discorso d’occasione.
Alcuni anni dopo, diversi giovani ardimentosi di quest’abitato cospiratori per l’indipendenza d’Italia unita, di nottetempo, avvolsero le ruote del cannone con stracci per evitare rumore temendo l’ira popolare così segretamente riuscirono portarlo via sino a Monterotondo e Mentana per combattere contro le truppe Ponteficie. Riportatolo qui circa due anni dopo. (Di questo episodio non si è potuto avere migliori particolari.
Il 17 Luglio 1936 vennero qui due incaricati coll’ordine superiore di portare via il noto cannone asserendo che era stato ceduto pel bisogno della patria e nulla giovò le vive proteste dei pochi presenti. In seguito si venne a sapere che invece era stato venduto ad un incettatore privato di vecchie ferramenta nella vicina città di Jesi.
Saputo ciò con vero sentimento patriottico il vice Podestà Salustri Giuseppe coll’approvazione del Podestà Carotti Cav. Dante, la Prefettura ed altri cittadini, senza curarsi di sacrifici e spese si riuscì riaverlo ancora il 23 agosto 1936 con l’entrata in paese festante al suono degli inni patriottici. In ultimo il Geom. Bassotti Ferruccio, pronunciò un discorso in merito proclamato ad unanimità dei presenti che da quel momento venne posto nell’entrata del palazzo Comunale da lasciarlo sempre in detto luogo ad eterno ricordo coll’augurio che nessun’altra mano sacrilega possa portarlo altrove per qualsiasi motivo.
Morro d’Alba 1-9-1936.” … »

(Giuseppe Gaetti: “Morro d’Alba, nei ricordi di un novantenne” - Archeoclub d’Italia sede di Morro d’Alba, Jesi 1997)



Tela del patrono S. Michele

Il Patrono San Michele.

Il culto di San Michele Arcangelo è molto antico, legato alla cultura dei Longobardi, e deve farsi risalire, in loco, al periodo della nascita della Pentapoli bizantina, lungo la costa adriatica, che determinò con molte probabilità la scomparsa degli insediamenti romani di S. Amico e presumibilmente ne formò un altro (Albarello ?). Tale presenza in zona è riscontrabile anche dalla diffusione di diversi toponimi di chiara origine longobarda.
A Morro d’Alba ricopre la doppia veste di Patrono della comunità ed emblema rappresentativo nello stemma comunale.
In ogni epoca ci sono stati festeggiamenti in suo onore con cerimonie religiose o sportive, feste popolari con giochi e fiere. Nel 1586, per concessione di papa Sisto V, si tiene la prima Fiera di San Michele, la più importante, che impegna l’intero paese per tutto il mese di settembre: si nomina un capitano e dei soldati per l’ordine pubblico, si puliscono le mura e il fossato del castello, si acquistano le luminarie, si arruolano musicisti, si concede a tutti l’autorizzazione a vendere vino e cibo.
Dal secondo dopoguerra del Novecento, il 29 settembre o la domenica più vicina, oltre alle consuete cerimonie religiose (alcune seguite dalla benedizione delle auto e sfilata in corteo), venivano organizzate una serie di giochi popolari (albero della cuccagna, salto dell’oca, tiro alla fune, gioco del quarantotto, ecc.) e diverse gare: di Go Kart (anni ’60), podistiche (’70-’80, come la “Marcialonga di S. Michele” con l’offerta, nell’edizione del 1979, d’una statuina in peltro ispirata al nuovo stemma comunale) e gimcane automobilistiche (’80). Inoltre, negli anni ’90, ad un concorso canoro nazionale fu dato il titolo “Premio San Michele”.

 

 

 


Statua del patrono S. Mcihele

Le immagini del Patrono.

Diverse immagini di S. Michele sono attualmente presenti a Morro d’Alba.
La più antica immagine è la tela nella chiesa di S. Benedetto firmata da Ercole Ramazzani nel 1595. Di questo dipinto esiste una riproduzione del Seicento, un tempo nella Chiesa dell’Annunziata a Morro ed oggi nella Quadreria Comunale.  
Sempre ad un ignoto pittore locale si può attribuire anche un’altra tela del Seicento (anch’essa nella Residenza comunale) raffigurante S. Michele che lotta con Satana.
Nella Quadreria anche la tela dipinta da Claudio Ridolfi (1625 ca).
Nello stemma a rilievo in stucco con dorature, in stile eclettico del secondo Ottocento, sul soffitto dell’ingresso alla Residenza Municipale, campeggia il Patrono con la spada di fuoco, lo scudo al posto della bilancia e sotto i piedi un demonio tra le fiamme invece del drago.
Nella Chiesa di S. Gaudenzio, la tela con i Santi patroni di Morro d’Alba, dipinta da Silvio Galimberti (1920). Nel 1966 la stessa chiesa si arricchì di una statua del patrono in legno dipinto realizzata in Val Gardena. L’opera, giunta in treno a Senigallia, fu portata in paese processionalmente sopra un’auto con altoparlanti, seguita da un corteo festoso.


Stampa raffigurante lo stemma comunale

Accanto alle raffigurazioni sacre, alcune versioni dello stemma municipale di Morro d’Alba, impresse su documenti d’archivio, carte intestate, rilievi e non da ultimo sul gonfalone, perché da secoli vi campeggia l’Arcangelo Michele come custode.
Quasi tutti conservati nel Palazzo Comunale e nell’Archivio storico, il più antico è quello stampato in un documento del 1796. Sotto c’è il motto “Ut custodiat te” (”Affinché ti custodisca”).
Dal 1900, varie interpretazioni grafiche hanno contraddistinto le carte comunali intestate. Nel 1970, in occasione del restauro dei pannelli sovrastanti l’ingresso municipale, venne adottato l’attuale stemma, che fu riprodotto anche sul gonfalone (anche su un adesivo per auto negli anni Settanta) e tuttora su tutti i documenti e stampati.
Ultimo, quello scolpito in pietra sul monumento “A gloria dei caduti per la patria”, eretto nel 1969 dal Comune nei giardini di Piazza Barcaroli.

 

 


Anelli per Animali

Gli anelli delle mura.

Lo stretto rapporto, da sempre esistente, tra il centro urbano e la campagna è testimoniato dai numerosi anelli metallici, infissi a circa un metro da terra, lungo tutta la base scarpata delle mura. Fino a non molti anni fa, ad essi venivano legati i capi di bestiame durante le fiere.

La signora Teresa Giampaolini, originaria di Morro d’Alba, ne descrive molto bene l’atmosfera nel libro “Morro d’Alba, paese e paesani”.

« II giorno della fiera, tra la folla dei contadini e dei curiosi, spiccavano le figure [ … ] con lo spolverino grigio dei traffighì o sensali. Da perfetti intenditori, questi erano occupatissimi a girare tra le bestie, specie le “vaccine” legate con una breve corda fissata al muro negli anelli di ferro intorno al “fosso”. Senza farsi influenzare dalle nappe dorate e fasce rosse che le abbellivano, quegli uomini, con poche occhiate, riuscivano a valutare una mucca o un vitello o un toro, dopo averli squadrati di fronte, di fianco e di dietro.
Ad una loro parola, I’affare tra chi comprava e vendeva, era presto concluso, naturalmente dietro una generosa gratifica per l’intermediario. I due contraenti si stringevano la mano destra e la scuotevano con forza, il sensale vi apponeva la sua, come per benedire quel contratto validissimo; altro che atto notarile! »

 

 

 

 

 

 

 

Figuretta del Crocefisso

Le “figurette”.

Numerose sono le edicole sacre, qui chiamate “figurette”, e le croci presenti sul territorio comunale a testimoniare la profonda fede e religiosità degli abitanti di un tempo. Databilidalla metà dell’Ottocento a tutto il Novecento, sono state edificate principalmente a ricordo delle varie S. Missioni succedutesi o di altri eventi particolari legati al culto.
Fra quelle datate, la più antica è del 1869 e posizionata lungo Via Roma, all’altezza della traversa di Via Matteotti: una superba cappellina-tempietto che fino a non tanto tempo fa racchiudeva un bel crocefisso e due statue in gesso.
La più interessante però è, senz’altro,  la “figuretta” all’inizio di Via del Mare, nei pressi dell’Area Camper; è piccola e anonima nella forma e ignota la sua data di costruzione, ma è stata eretta sul luogo dell’antica pieve abbattuta, come attesta la lapide di marmo posta alla sua base: “QUI FU LA PRIMA CHIESA / PARROCCHIALE DI MORRO / DIRUTA L’ANNO 1613 / DALLA FONDAZIONE DI MORRO / L’ANNO 673”.

 

 

 

 

Leone Rampante

Il “leone rampante”.

Lo stemma in pietra ora visibile sulla torre dell’orologio, molto probabilmente, vi fu posto quando, alla fine del Settecento, fu demolita l’antica porta con ponte levatoio dove era in origine.
Nell’organizzazione dello Stato Pontificio, Morro si configurava come un castrum, cioè, pur avendo qualche funzione amministrativa, non era autonomo ma parte integrante del distretto di Jesi fin dal XIII secolo. Questi nominava i capitani d’onore e di giustizia, con il compito di controllare l’amministrazione del castello che, in segno della propria sottomissione, nel 1504 dovette murare sopra la porta il bassorilievo raffigurante il leone, simbolo della città di Jesi.
La parte lapidaria sottostante lo stemma è ormai indecifrabile a parte un riconoscibile “ser Apolonio” che si presume possa essere il nome del capitano inviato da Jesi che l’ha fatto murare.

 

 

 

 

 

 

 

I BUSTI” DELLA SALA CONSILIARE

Busti Presenti Nella sala consiliare

Nel 1876 per ricordare quattro benefattori del comune si decise di mettere i loro busti nella sala consiliare.

Sempre nella stessa sala, una lapide li ricorda:

MDCCCLXII LXXVI / NATALINA TARSETTI VED. MENGHINI / APERSE UN RICOVERO A’ MENDICI / LO ARRICCHÌ FACENDOLO UNICO EREDE / LA CONT. PACIFICA GALLIZI / GIACOMO MORGANTI / PROVVIDE D’OSPIZIO GL’INFERMI / CRISTINA BARCAROLI VED. BERARDI / LASCIÒ TUTTO IL SUO IN DOTE / A UNA SCUOLA PIA DI FANCIULLE / O ANIME BENNATE / IL COMUNE / SCRIVE NEL MARMO I NOMI VOSTRI / NON DIMENTICABILI AI POSTERI / LA VOCE DEI POVERI E DEGL’INNOCENTI / SÌ CARA A DIO / LI RIPETERÀ BENEDICENDO

 

Cristina Barcaroli Berardi, una signora che, nel suo testamento del 1866, lasciò i suoi beni per la “istituzione e mantenimento di una scuola pia per l’istruzione religiosa e civile delle fanciulle del paese”. Nacque l’Opera Pia Barcaroli e, nel 1881, con l’apertura di quella finanziata dal lascito, venne soppressa la scuola femminile comunale. A lei furono dedicate le due piazze entro le mura castellane fino a quando, nel 1944, quella antistante la chiesa e il palazzo comunale venne intitolata al giovane “patriota martire” Primo Romagnoli.

Natalina Tarsetti Menghini, una signora agiata che, nel 1867, per testamento decise di devolvere le sue proprietà all’istituzione di un “ospizio per mendici” per evitare l’accattonaggio e per “provvedere al sostentamento dei poveri del comune incapaci di procurarselo direttamente”. Il ricovero iniziò a funzionare nel 1870 con una capacità ricettiva di 12 posti. Le venne intitolata la piazza principale del paese, fuori le mura, davanti la porta d’ingresso al castello.

Pacifica Gallizi Lauretani, la contessa, morta nel 1876, che lasciò tutti i suoi averi all’ospizio dei mendicanti. A lei fu intitolato il borgo (l’attuale via Roma) fino all’ottobre 1931, quando Mussolini impose che tutti i centri urbani dedicassero alla capitale una delle loro vie principali. Il nome di “via Gallizi” venne trasferito alla stradina p

Busto Don Antonio Giacani

rospiciente il “Ricovero di mendicità” per perpetuare il ricordo della sua opera a favore dei poveri.

Giacomo Morganti, il possidente che, in varie mandate, fu pure sindaco dal 1813 al 1845. Morto nel 1876, il suo testamento prevedeva la “apertura di un ospedale per il ricovero, mantenimento e cura gratuiti degli ammalati privi di mezzi”. Il 29 settembre 1889 venne inaugurato l’ospedale civile “G. Morganti” con la capienza normale di 10 posti. A lui è ancora intitolata la via che gira attorno al castello e ne costeggia le mura.

 

Ai quattro benefattori, le cui donazioni risalgono agli anni sessanta del XIX secolo, venne aggiunto in seguito, nel secolo scorso, il busto di:

Don Antonio Giacani che fece una “donazione per la costituzione di un asilo, allo scopo di accogliere, assistere e educare bambini poveri di ambo i sessi, tra tre e sei anni, provvedendo alla somministrazione gratuita del pasto principale di mezzogiorno”. L’Asilo infantile “A. Giacani” venne aperto, lungo il borgo, nella seconda metà degli anni venti del Novecento.

Nel 1996 l’Asilo è stato trasferito nella nuova sede che è intitolata al recente benefattore Medardo Pieralisi; Don Antonio Giacani viene ora ricordato nella nuova via che passa dinanzi all’attuale scuola materna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 
Banner
Associazione PROMORRO - Pro Loco Morro d'Alba - Camminamento la Scarpa, 27 - 60030 Morro d'Alba AN - info@promorro.it
Copyright © 2019 www.promorro.it. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.